La storia convincente
C’è una strategia che funziona molto bene nel marketing della salute: saper raccontare una storia semplice, ordinata e convincente. Sei disallineato, la tua schiena è messa male. Ti rimetto a posto. È rassicurante, dà un senso a tutto, e si vende spesso anche a caro prezzo.
Peccato che quella storia raramente corrisponde a come funziona realmente il corpo.
Lavorare su sistemi complessi, come il corpo, richiede qualcosa di meno comodo: l’onestà di spiegare che non esiste un’architettura perfetta da ripristinare, che il corpo si adatta, e che il percorso è meno lineare di quanto vorremmo credere.
È meno rassicurante di una storia con una causa semplice e una soluzione immediata, ma è più veritiero.
“Sono un rottame”
“Mi hanno detto che la mia schiena è messa male, sono un rottame.”
Maura aveva 65 anni quando è arrivata in studio. Salire le scale era diventata un’impresa titanica: si aggrappava al corrimano con tutte e due le mani, rigidissima, terrorizzata dall’idea di cadere come se sotto ci fosse il Po in piena invece di tre gradini. Quella rigidità le costava il doppio dell’energia, ogni volta. Eppure si poteva capire subito che c’era una buona forza nelle gambe, nel tronco, nelle braccia. Per fortuna il mancorrente era di quelli belli solidi, altrimenti avrei avuto quasi paura che lo strappasse via.
Il dolore aveva innescato una cascata: meno movimento, meno fiducia, più paura, ancora meno movimento. Finché salire le scale era diventato un evento.
Dolore non significa danno
Circa il 30-40% delle persone sopra i 30 anni ha protrusioni discali senza alcun sintomo.
Sopra i 60 anni si arriva al 60-70%1. Sono come i capelli grigi: normali, attesi, spesso irrilevanti dal punto di vista clinico.
Il problema è che quando una risonanza mostra qualcosa, la tentazione è farla diventare la spiegazione di tutto, e non è detto che lo sia – anzi, spesso non lo è per nulla.
La maggior parte delle protrusioni e delle ernie trovate per caso non causa alcun sintomo, e molte ernie sintomatiche si riassorbono spontaneamente nel tempo: circa due terzi secondo la letteratura ²
Il dolore quindi non è una lettura diretta dello stato dei tessuti.
È invece il risultato di un sistema complesso che coinvolge anche il sistema nervoso, il movimento, lo stress, il sonno, le aspettative e la paura.
Per questo si può avere una risonanza apparentemente brutta e stare bene, oppure molto dolore con esami quasi normali.
Entrambe le cose sono reali, entrambe hanno senso fisiologico.
La risonanza è uno strumento fondamentale, ma lo è quando viene usata per confermare un sospetto clinico già fondato, non come punto di partenza. Usata al contrario, trova cose che ci sono sempre state e che probabilmente non c’entrano nulla, generando paura inutile.
L’effetto nocebo, cioè il peggioramento dei sintomi causato da una diagnosi spaventosa, è documentato e non banale. In paesi come il Regno Unito non è nemmeno possibile prenotare una risonanza lombare privatamente senza prescrizione medica, proprio per evitare questo meccanismo.
Questo è il motivo per cui le linee guida internazionali sconsigliano di farla subito nel mal di schiena comune: non perché non serva, ma perché usata senza criterio clinico fa più male che bene.
1(Brinjikji et al., 2015)
²(Zhong et al., 2017)
Il dolore acuto è fastidioso. Di solito non è grave.
Il mal di schiena acuto è un episodio di dolore che insorge di solito in modo improvviso, può essere molto intenso e limitare i movimenti. Nella maggior parte dei casi non indica nulla di grave.
Circa l’90% degli episodi acuti di mal di schiena si risolve spontaneamente nell’arco di poche settimane, indipendentemente dal trattamento.3 È uno dei dati più solidi della letteratura, e uno dei meno raccontati.
Significa che molte persone guariscono mentre stanno facendo qualcosa: fisioterapia, osteopatia, agopuntura, riposo, e attribuiscono la guarigione a quello che hanno fatto. È comprensibile. Il problema è quando chi eroga il trattamento sa di quel dato e non lo condivide, lasciando che il paziente costruisca una dipendenza da una soluzione che probabilmente non era necessaria.
Un buon clinico sa riconoscere quando il corpo ha bisogno di tempo, non di trattamento, e lo deve dire.
³ (NCBI, Low Back Pain guidelines)
“Sono disallineata”
Lucia, 35 anni, impiegata, arriva convinta di avere un problema strutturale cronico. Chi la seguiva le aveva spiegato che si storce, che viene rimessa a posto, ma che continua a tornarci storta. Un modello di business impeccabile.
Lei nel frattempo ha smesso di fare sport, evita certi movimenti, e ha costruito un’identità attorno all’idea di avere una schiena che non funziona.
La colonna vertebrale è una struttura robusta, progettata per muoversi, caricarsi e adattarsi. Non si disallinea con l’uso quotidiano. Pensare di avere una schiena fragile – o storta, o messa male – aumenta la paura, riduce il movimento e, paradossalmente, aumenta il dolore.
Non si tratta di psicologia, ma neurofisiologia.
Perché il dolore a volte scende nella gamba
I nervi sono i cavi elettrici del corpo: portano segnali lontano dal punto di partenza. Trasmettono le sensazioni e governano i movimenti.
Quando una radice nervosa viene compressa da un’ernia, una protrusione, o un restringimento del canale, il sintomo non sempre resta in loco ma può seguire il percorso del nervo, scendendo lungo la gamba, a volte fino al piede. È quello che chiamiamo sciatalgia o lombosciatalgia.
Ma attenzione: il dolore al gluteo, formicolii, sensazioni che scendono lungo la coscia non sono unicamente causati da ernie o protrusioni che premono su una radice nervosa.
Anche muscoli contratti possono irritare il nervo e creare disturbi molto simili. I trigger point muscolari* sono presenti in percentuali elevate sia nei pazienti con dolore locale che in quelli con dolore che irradia alla gamba, spesso insieme alla componente nervosa, non al posto di essa.⁴
Qualunque sia la causa, il dolore e i sintomi possono comparire lontano dal punto in cui il problema ha origine.
*I trigger point sono zone di tensione localizzata in muscoli come ad esempio il piriforme, il grande gluteo o il quadrato dei lombi.
4(Monclús-Díez et al., Biomedicines, 2025)
Chi si ferma….
Roberto, 72 anni, si era rassegnato a un ciclo: aspettarsi l’arrivo del dolore, riposare, aspettare che passasse, ricominciare. Poi il dolore ritornava di nuovo.
Il riposo assoluto sembra logico quando abbiamo male, ma sappiamo da decenni che rallenta il recupero, aumenta la rigidità e riduce la fiducia nel movimento. Muoversi in modo graduale, camminare, cambiare posizione è quasi sempre meglio che restare fermi.
Quando occorre una visita rapida dal medico
Ci sono situazioni in cui è corretto approfondire rapidamente.
Rivolgiti al medico senza indugi se compaiono:
- dolore costante e intenso che non cambia con le posizioni e peggiora di notte
- perdita di forza progressiva a una gamba
- perdita di sensibilità importante
- difficoltà a controllare vescica o intestino
- febbre o dimagrimento inspiegato
- dolore dopo un trauma importante
- altri sintomi gravi o debilitanti
La buona notizia è che la maggior parte delle persone con mal di schiena non presenta nessuno di questi segnali.
Sintomi comuni che spesso non sono un’emergenza
In assenza dei segnali sopra, è molto comune avere:
- dolore che cambia con il movimento o con le posizioni
- rigidità al mattino che migliora muovendosi
- sensazione di “blocco” improvviso
- dolore che aumenta nei periodi di stress o stanchezza
Questi sintomi possono spaventare, ma spesso sono gestibili con un percorso adeguato.
Il ruolo della fisioterapia (e della terapia manuale)
Tornando a Maura: le prime due sedute le abbiamo usate per ridurre il sintomo e cominciare a muoversi, tramite terapia manuale, utile nelle fasi iniziali per ridurre dolore e rigidità, ma non la soluzione in sé.
Successivamente si è lavorato su muscolatura, equilibrio, strategie motorie e fiducia nel movimento.
Dopo otto sedute saliva le scale senza tenersi.
Non ho “riallineato” niente. Non ho risolto niente di strutturale, anche perché è fisicamente impossibile farlo (e se fosse possibile sarebbe probabilmente vietato per legge perché sarebbe di fatto al pari di un intervento.)
Le ho spiegato come funzionava il suo corpo, tolto un po’ di dolore e rimesso il movimento al centro.
È quasi sempre questo, il lavoro: non correggere una struttura rotta, ma restituire fiducia in una struttura che funziona meglio di quanto il paziente creda.
L’obiettivo finale non è proteggere o riposizionare la schiena, ma addestrarla e renderla di nuovo affidabile.
Maura, per fortuna, non l’ho mai più vista.

